Finisce alla maniera bollywoodiana questo capitolo nord-indiano (le prime parti del viaggio le trovate qui e qui).

Lunedì 22 settembre
VIVA GLI SPOSI!

Comincia questa mattina presto quando ci siamo ritrovati per abitudine montanara tutti e due svegli. In piedi dunque: un, due tè… allo zenzero. Biscotti di noccioline e di cocco (ricetta vegana perfetta per la mia prima colazione) e si va a recuperare le chiavi che ieri abbiamo dimenticato nello spiazzo sabbioso dove ci siamo fermati a giocare. Intirizziti ci infiliamo per i boschi dietro la città e ci inventiamo la strada per tornare dove eravamo; scoprendo nuovi passaggi ameni, saltellando tra i sassi che affiorano dal torrentello, facendo gli equilibristi su gli argini mal messi, curiosando nei giardini delle case traballanti che sbucano tra gli alberi, scostando vacche pigre… ritroviamo il campetto e le chiavi.
Indietro ancora una volta, ancora una volta casualmente, ancora una volta scopriamo che i dintorni boscosi di Leh sono bellissimi. Il sole è più alto, i rigagnoli luccicano, e, tra le fronde gialle – mentre siamo stati via è arrivato l’autunno -, si svela un piccolo complesso di obelischi buddisti: quante cose si scoprono cambiando strada.
Quando risiamo in vista dell’Asia Guest House, il bar della colazione sociale ha riaperto e tutti si presentano in ordine sparso, tutti un po’ bruciacchiati e zoppicanti per via dei trekking dei giorni prima. Si fanno le chiacchiere, si mangiucchia uno dal piatto dell’altro, si ridacchia, si fuma.
Siamo i primi ad abbandonare il bar: andiamo ad affittare la moto e torniamo.
Torniamo per uno strascico di colazione e poi ci congediamo davvero. Altrimenti diventa tardi e vogliamo essere al passo quando il sole è alto. Ci serve quanta più luce calda possibile, perché oggi vogliamo salire più in alto di quanto non siamo mai stati. Prendiamo un gate a sud della città e seguiamo la via della seta: saliamo, saliamo, saliamo.

Dopo il blocco dell’esercito che controlla il, se pur modesto, andirivieni in prossimità della Cina e del Pakistan la strada non è più asfaltata e rischiamo l’osso del collo a quattromila, quattromila e cinquecento, cinquemila… cinquemilasettecento metri. Scende qualche fiocco di neve e siamo ibernati e allibiti dal panorama vertiginoso. Finalmente siamo all’altezza dell’Himalaya. Abbiamo grippato con gli pneumatici mezzi sgonfi della Anfield molto poco Royal fino all’avamposto più alto valicabile con mezzi motorizzati: così dice il cartello. Sopratutto è un record personale e, per coronare la vittoria, ci arrampichiamo fino alla vetta infestata di bandierine tibetane, qualche decina di metri in su ancora: ovviamente, il mio arriva per primo e si siede all’indiana, io ho le traveggole per via dell’altitudine e devo usare anche le mani. Carponi ci arrivo anch’io e mi siedo poco più sotto, rimirando da un nuovo, altissimo, punto di vista.

Himalaya-cartello
Ingolliamo l’ennesimo tè bollente e cominciamo a ridiscendere mentre risale un pochino la temperatura e ci godiamo tutto con la lentezza del freno motore… finché non siamo nel posto dove va restituita la moto. E torniamo appiedati, e incrociamo tutti ancora una volta. Ancora una volta per caso: ci vediamo dove sappiamo alle otto. Finiamo a cenare in un ristorante palafitta dove forse non contavano di avere mai ospiti, ma che, tutto sommato, ci accoglie, ci sfama, ci lascia il tempo di scrivere su i tovaglioli i contatti elettronici.
È presto, ma siamo tutti in partenza l’indomani e ci salutiamo: chi per sempre? Chi per ora?
Fumiamo gironzolando sotto casa. Seguendo una curiosa folla in costume tradizionale, finiamo nel pieno di un matrimonio ladakho. Un signore grassoccio che sfoggia un pile impataccato e un sorriso “così” ci accoglie e vuole che mangiamo alla salute della sorella oggi sposa: ci vergognamo di fare la fila al buffet, ma restiamo per vedere com’è. È naïf indiano e ci piace. Restiamo un po’ sotto il tendone a goderci lo spettacolo poi torniamo. Tiriamo le cerniere degli zaini, ormai tiriamo anche quasi le due… ora metto in carica gli aggeggi e dormo. Domani comincia il contro esodo. Saremo a Delhi per colazione.
M’insonnolisco con la fantasia ancora addobbata come la cena nuziale: viva gli sposi!

Martedì 23 settembre
DELHI

È un’ora imprecisata tra il Subcontinente e il Medio Oriente, e il volo è praticamente immobile. L’aria è azzurra, l’alba è ovunque. Approssimativamente mi sono alzata dal letto dodici ore fa, ho infilato la testa nella camicia a maniche lunghe adatta a non turbare gli indiani urbani e, pastrugnandomi gli occhi assonnati, mi sono caricata in spalla lo zaino. Ho aspettato di sotto, accovacciata su un gradino di pietra a fumare. Faceva quel freschino delle volte in cui parti all’alba e c’era anche quel grigetto lì. Quello di quando aspetti un autista e lui sta già all’angolo a sonnecchiare sul suo pulmino con gli interni imballati da anni, così si conserva dalla polvere della strada. Chissà perché guida con una lentezza esasperante, ma, in realtà, non è grave: l’aeroporto di Leh è poco più di uno stanzone e parte un aereo alla volta.
La pista è ridicola, così corta che si decolla in discesa e si atterra in salita. Questa volta ci slanciamo verso l’alto e, alla prima virata, siamo sopra alle montagne. La geografia frastagliata del Kashmir si accatasta a perdita d’occhio, ma l’aereo va a mille all’ora e non molta di più è la distanza che deve fare oggi: i flap si sollevano contro l’aria cada di Delhi e siamo già nel tunnel moquettato che ci ciuccia dentro il Terminal 3. Traffichiamo per parcheggiare gli zaini e poi per passare i controlli; comunque va tutto liscio e non è difficile guadagnare la banchina avveniristica della navetta per la città. Ovviamente, il futurismo finisce a Delhi Station.
Emergiamo dalla metropolitana e un macello di tuc tuc, risciò, trabiccoli, uomini, ominidi, baracchini fumanti, ma soprattutto, di spazzatura ci respinge. Restiamo perplessi e, prima di buttarci, fumiamo. In contemplazione del marasma e storditi dai clacson abbiamo entrambi il pensiero di tornare nel sottosuolo condizionato. Ma è un momento e ognuno lo ricaccia nel subconscio: gonfiamo il petto prima dell’apnea e ci lanciamo nel casino.
Prima di tutto bisogna arrivare dall’altra parte della stazione: ci arrampichiamo su un enorme ponte di ferro blu che la scavalca. È stupenda.

Un largo delta di binari fa capolinea e ci sono treni fermi ovunque, pensiline sgangherate e banchine invase di gente. Ci sono depositi di pacchi accatastati senz’ordine; sopra ai pacchi imballati ci stanno ancora esseri umani: addormentati, seduti, indaffarati tutt’intorno. E ancora uomini e donne che camminano, che aspettano, che strascinano valige, con i bambini in spalla, che stampellano, appisolati per terra, vocianti, ipnotizzati dalla fame, che scrutano l’orizzonte, che ti prendono a spallate.
Basta il tempo di scavalcare questo ammasso d’umanità in andirivieni e, se fa per te, l’hai già capito.
Il mio compare, che aveva lasciato Delhi un mese prima esasperato e malato, è cauto a entusiasmarsi, ma il fatto che ci sia una brezza asciutta che spazza via i miasmi e che mitiga il clima lo rende incredulo quanto allegro: alla grande Moschea!

Per guadagnare Old Delhi prendiamo la metropolitana e, di nuovo, non credo ai miei occhi: una folla incalcolabile si accalca alle biglietterie, ai tornelli, su e giù per le scale, e, sopratutto, dilaga sulle banchine. È evidente che non riusciremo mai a saltare su un treno, nemmeno se aspettiamo tutto il giorno… e invece, al secondo passaggio, siamo risucchiati dalla fiumana e finiamo incastrati in un vagone! E non si sta nemmeno così stretti: incomprensibili giochi di prestigio megalopolitani.
E tutto prosegue così senza una logica, a colpi d’intuito e casualmente: seguendo un dito puntato verso di là, e poi un altro, e un altro, abbandonando i sandali fuori dalla moschea, restando aggrappati alle grate della vertiginosa torre di pietra a contemplare, nel sibilo del vento, un intrico disastrato di tetti, di fili elettrici, di spazzatura, di appiedati e di automobilisti, ciclo-tassisti, vespisti in due, in tre, in cinque; e vacche, e capre, e case, e catapecchie; lamiere, facciate dipinte, scrostate, e palazzi esplosi, impalcature di legno, insegne pencolanti, cupole.
A nord i grattacieli; un milione di vecchie case a sud.
E tanto più incredibile è che i sandali, quando usciamo dalla moschea, sono ancora in custodia all’anziano rinsecchito a cui li abbiamo affidati, tanto più che dobbiamo attraversare stradoni di un traffico senza soluzione di continuità, che, invece, per un secondo s’incanta e ce la facciamo a guadarlo, tanto più che ci infiliamo nei tentacoli del mercato e non ci stritola, che nessuno ci fa del male, nessuno ci rapina, nessuna ruota ci passa su i piedi. Tanto più che mangio pallotte fritte in casseruole incrostate, ciancicate da mani sudicie, ributtate in un olio nero come quello del motore e sono buonissime, e sto bene.

Sto bene, sono sul volo THY717 della Turkish Airlines, il cielo è sgombro e anche il mio stomaco.

paesaggio-indiano-aereo

Ad ogni modo, a fine giornata siamo stravolti e sporchi e abbiamo bisogno di fermarci. Ci arrampichiamo su un rooftop bar: un ristoro sul tetto dove il frastuono si attutisce, i giri lenti delle aquile ti distraggono dal termitaio là sotto, e dove beviamo un tè e fumiamo. Per cena restiamo qui, ma prima, non senza temere lo shock e, insieme, ansiosi di riessere a casa, tentiamo un’avanscoperta in internet.
Al primo fumetto di risposta ai miei segnali sussulto. Allora qualcuno ha tenuto il conto dei giorni. Qualcuno si aspetta che sia di ritorno…
Ho paura e sono eccitata: quanto a lungo si può viaggiare e quanto lontano e quando si diventerà estranei ai vecchi amici, stranieri alle abitudini originali? Sento di voler provare e sono spaventata di sradicarmi.
Per tornare al presente, di nuovo sul tetto, ci dividiamo dei mangiarini e facciamo un riassunto di quello che ci è capitato: siamo felici. Ci sentiamo fortunati. Non poteva andare meglio.
Siamo felici anche di dividerci, senza baci e abbracci che ci vediamo a breve. Abbiamo convissuto senza ambiguità, senza incomprensioni, con grande rispetto l’uno dell’altra, assorbiti in lunghe conversazioni, o distratti, seguendo ognuno il suo filo; siamo stati affettuosi e discreti, solidali ma non accudenti; abbiamo scelto il nostro bar e non esiste che andiamo altrove per la prima sigaretta della giornata, ma ci siamo dati la buonanotte prima di fare ognuno dei fatti suoi, nel suo letto. Non ci siamo chiusi a chiave, non abbiamo avuto vergogna, ma non siamo andati più oltre con la curiosità. Abbiamo riso tante volte, qualcuna da smorfiosi, qualcuna alle lacrime: tra noi, di noi, uno dell’altro, ognuno di se.
Siamo una bella coppia e siamo due bei tipi: direi che si può dire, ancora più semplicemente -che poi è l’avverbio più prezioso a cui affidare un concetto – che siamo buoni amici.
Atterro. Ora Istanbul e poi Milano.

26 ottobre – sera

Questo è quanto. Un’ultima nota: sono partita che un’ultima ossessione alimentare mi tratteneva.
Per tutti gli anni di sofferenza anoressica e anche dopo, durante l’infinita convalescenza, ho sempre cucinato della zucca, ogni sera. Io l’ho chiamato il mio “cibo transizionale“. È stato umiliante non poterne mai fare a meno, portarmene una schiscetta ovunque, andare nel panico all’idea anche di un solo giorno di rinuncia o di non trovarne al mercato. È stato umiliante farmi domandare sempre come mai avevo i palmi delle mani arancioni.
Da quando sono tornata, anche quest’ultima stranezza si è esaurita. Perché proprio ora non saprei dirlo con esattezza. Tant’è: la zucca è rimasta in India.