Nonostante i marò, il mio visto indiano è arrivato. Nel frattempo il volo era preso: l’11 settembre ero a Malpensa.
Mi ero ostinata a voler portare solo bagaglio a mano, quindi ho rinunciato a liquidi, oggetti contundenti e vestiti superflui, ho indossato quelli più pesanti, ho calzato gli scarponcini e sono partita io, me stessa e uno zaino bello compresso in spalla.
Sono atterrata e decollata nuovamente da Istanbul nella notte. Poi sono state miglia e miglia sospese. La mattina del 12 ero a Delhi. Alle 10:00 ora locale planavo su Leh. Altitudine 3.500 metri.
Ovviamente, per viaggiare così leggera, qualunque scorta commestibile è rimasta a casa.

Da qui, mi affido al diario che ho scritto laggiù.

Venerdì 12 settembre
NON C’È CAMPO. NON C’È RETE.

Metto piede nell’aeroporto polveroso di Leh, crocicchio del niente, e mi rinfresca gli occhi gonfi un’aria frizzante e saporita, simile a quella di certe terme oligominerali.
I refoli freddi mi colpiscono sulle guance e mi fanno sbattere le ciglia; muovo i primi passi d’astronauta, ondeggio. La sensazione è quella della testa vuota e pesante insieme, del respiro lungo, della labirintite. Intorno ci sono l’altipiano e le montagne. Spazio con lo sguardo e rimando il da farsi, poi decido di guardare avanti e che è ora di cercare Il mio amico in silenzio radio da diversi giorni. Chissà… e invece, quando la vista smette di ondeggiare si stringe sul suo sorriso largo. Non posso correre perché non ho abbastanza ossigeno ma mi affretto traballando e lo abbraccio. Sono rintronata e felice.
Con lui c’è un compare canadese barbuto e riarso. Ci diamo la mano, ci presentiamo e poi montiamo su una jeappetta scassata che ci sballotta fino alla Guest House. Oltrepassiamo verze e fiori coltivati e ci arrampichiamo fino alla terrazza comune. Al sole fa caldo, poi si copre e fa freschino, poi si sgombra di nuovo dalle nuvole e torna a friggermi la testa. Sto sdraiata sul cemento tiepido a fumare e a raccontare delle cose di casa. Si anima un modesto circolo di giovani viaggiatori, tutti amichevoli, ognuno straniero di qua e di là del mondo e mi fanno il riassunto dei loro pellegrinaggi e mi domandano del mio trasbordo: è andato tutto liscio, a Istanbul sono salita al volo sul volo e ho decollato nel buio sorvolando il Bosforo elettrico: favoloso.

Scopro che un lago a non molta distanza da Leh è esondato e si è inghiottito cose e persone e anche la connessione internet e i ripetitori: non c’è campo. Non c’è rete. Non si gioca a pallone.
Il Ladakh è fuori dal mondo. Se possibile ancora di più.
Nonostante l’isolamento ci mettiamo in fila indiana, io leggermente fuori asse, e trasferiamo gli zaini in un altro alloggio simile, ma dove c’è acqua calda. Con la flemma orientale ci sistemano in una stanza che sembrava indisponibile, che forse dobbiamo lasciare domani, che intanto è carina, un po’ sderenata ma che ha tre finestre sul cortile e una balaustra sospesa perfetta per farci penzolare le gambe, fumare e chiacchierare ancora. Si affacciano anche i vicini di stanza e si sta.
Abbiamo fame. Io sono digiuna dall’Italia, torniamo dentro, ri-usciamo.

bandiere-tibetane-india

Leh è spoglia, ischeletrita, sconnessa e disconnessa e anche naif: costruzioni basse, bandierine tibetane, chioschetti, tour operator più o meno improvvisati con i poster old school dei trekking appiccicati fuori, cani impolverati, trabiccoli, gente che non fa niente, altra che fa, montanari frikkettoni, rasta, turbanti sikh, macerie, tombini scoperti, mucche che pascolano l’asfalto… tutto sommato, però, per lo meno a quest’ora, non c’è traffico o congestione di cristiani. Che qui sono per lo più induisti.
Lui è nauseato dalle spezie e mangia una pizza, io una zuppetta di verdure e un’insalata tiepida profumatissima e piccantissima che mi delizia. Seduti per terra, sazi, ci affratella il tè caldo: ridiamo.
Perdiamo ancora un po’ di tempo a zonzo e poi ci arrampichiamo di nuovo sbuffando fino alla stanza: ognuno si butta su un materasso, sotto morbide coperte, e ci addormentiamo dimenticando tutto.
Una bussata forte ci ribalta giù dai letti. Io non so dove sono; lui sbanda fino alla porta: è l’amico indiano – ma in India per turismo dalla Nuova Zelanda che è il suo paese d’adozione dove commercia in liquori – che ci dice dove possiamo trovarlo più tardi, anche con gli altri, a mangiare qualcosa.
Ormai siamo svegli e io so nuovamente dove sono e dunque aggiungiamo strati pelosi al nostro abbigliamento e ci incamminiamo per trovare un call center, un noleggio moto, un’agenzia di viaggi, un mobile center, un change e della carta igienica: non va a buon fine nessuna di queste ricerche. Quindi rimandiamo tutto a domani e, facendo attenzione ai liquami, ai mezzi indisciplinati e ai buchi nell’asfalto, andiamo ad accomodarci per terra con gli altri, tutti imbacuccati o sotto fetidi piumoni in dotazione all’Orange Sun. Ancora conversazioni incrociate, ancora tè caldo, ma ci alziamo da lì perché il servizio è lentissimo e abbiamo fame: ci vediamo domani, noi andiamo a mangiare in un posto non distante, sempre del genere, ma dove sediamo ai tavolini in terrazzo, ordiniamo della roba veg io, un toast multistrato lui, dove parliamo della bellezza e della cordialità e dell’ospitalità così difficili in occidente e che invece, in oriente, la placida rassegnazione mette l’animo in pace agli ultimi; intanto spiove e schiodiamo con i nasi infreddoliti e pronti per goderci il calduccio.

Lunedì 15
IN MOTO!

Scollinando la mezza notte, con una falena che sbatacchia sullo schermo e m’intralcia mentre digito, entro nel quarto giorno d’India. Sono calda della mia prima doccia da quando sono partita. Il Ladakh, per lo meno in questa stagione, ha un clima fresco e secco -anche se il sole, nelle ore centrali della giornata è forte e brucia- e si suda molto poco. E poi non ho mai avuto voglia di lavarmi: con i capelli a zero, un equipaggiamento basilare, e scorticata già dal vento e da gli UV, l’acqua voglio solo berla. Meglio se sono tazze calde di tè allo zenzero o alla menta, che chiedo, senza latte, a ogni sosta: resuscitano, scaldano, chiamano la chiacchiera, il tabacco, schiariscono le idee su cosa fare poi. Ai tavolini dei caffè, con i berretti calcati fino al naso, abbiamo cercato di pianificare: affittare una moto, arrampicarci al tempio, a chi aggregarci o chi evitare, cosa avevamo voglia di mangiare, ma, soprattutto, tra un sorso e uno sbuffo di fumo, abbiamo fatto amicizia. Perché Leh, ultimo insediamento prima delle strade per l’Himalaya è il campo base di globe-trotter di ogni nazionalità e tutti si fermano a fare conoscenza. Noi ci siamo affezionati a due amici canadesi, all’indiano ormai neozelandese, e a una coppia franco-tedesca: ci ritroviamo affacciati a fumare alle finestre contigue della Guest House, facciamo tratti di strada insieme, e, per tornare ai tavolini a cui eravamo seduti, cominciamo sempre le giornate al caffè all’angolo.
A ogni ristoro, ogni muso simpatico, ogni indizio di cordialità, ogni cartina aperta sul tavolo a fianco sono un pretesto per domandare da dove vieni, che hai fatto prima di oggi e cosa farai domani e decidere se proseguire insieme per un tratto o augurare buona fortuna. Le compagnie e i solitari si mescolano, poi si congedano e si ricompongono in nuove combinazioni: è la vera umanità.

Himalaya-montagne

Se ieri ci siamo arrampicati al tempio mentre il sole precipitava dietro le massicciate, oggi ci siamo arrivati in moto in tempo per vedere tutta la parabola del tramonto. Trecentosessanta gradi d’orizzonte perennemente innevato; laggiù, Leh comincia a illuminarsi per esistere pur all’ombra raggelante delle montagne; dunque distese pianeggianti, poi ammassi di rocce, increspature sempre più alte, sempre più alte, fino, appunto, a diventare quel panorama immacolato e minaccioso che sta a pochi chilometri in linea d’aria e migliaia di impervi metri più su della mia altezza. Unica interruzione obliqua allo spaziare dello sguardo, sono i lunghi, sbatacchianti, festoni di bandierine tibetane.
Quando abbiamo appoggiato la moto al cavalletto, nei pressi del tempio, eravamo di ritorno da un reid nei dintorni. Con una Royal Anfield sgangherata siamo sgusciati fuori dal traffico strombazzante e ci siamo diretti chissà dove. Fuori dal nodo urbano, nelle pianure marziane a valle delle catene montuose si srotola il filo spinato di grandi campi militari e, ancora oltre, paesaggi rocciosi, friabili, e, ancora oltre, vette nude a sega e, ancora oltre, candidi panettoni.
Tornando indietro abbiamo incrociato il resto del gruppo e ci siamo accodati per illividire col Kashmir.

Siamo tornati alla Guest House che era già imbrunito, abbiamo cincischiato seduti su i letti e poi ci siamo bussati a vicenda alle porte delle camere per cenare. Riscaldati e affumicati da un falò abbiamo mangiato e chiacchierato, dei viaggi già conclusi, di quelli in fieri e anche di casa. Audrey ha in previsione di presentarsi in Canada a sorpresa per Natale, dice che se ne starà a leggere in veranda e che i vicini lo troveranno curioso, perché non è abitudine passare del tempo all’aperto. Io parlo del cane, delle tende che non ho alle finestre, della separazione, che sono orfana, che la casa è piena di amici, mostro delle fotografie.
Germoglia l’idea di dare un senso itinerante all’esistenza. Di smettere di impegnarsi in mezzi lavori, o in commesse non entusiasmanti, e, piuttosto, di inventarsi qualche altra cosa altrove; dove la vita sia più a misura, la natura più selvaggia, la società insieme povera e meno stressata; meno stressante. Nuovi getti di irrequietezza mi attirano verso sud est, in una fattoria neozelandese.

Martedì 16
MARKA TREK

La sveglia contava ancora alla rovescia e io avevo gli occhi aperti.
Il mal di pancia mi ha definitivamente convinta ad alzarmi. Ho visitato il bagno, mi sono lavata, vestita, ho rollato una sigaretta e sono salita sul tetto. Sbuffando il fumo ho avvistato gli altri ospiti andare e venire là sotto e, in strada, frotte di bimbi con le guanciotte grattugiate dal freddo saltellare verso scuola. Sono rientrata in camera e il mio era ancora mummificato nel sacco a pelo, pur biascicando un buon giorno. Ci siamo messi in industria con una certa flemma e abbiamo finalmente tirato i cordini degli zaini. Un espresso e un tè allo zenzero al bar preferito, poi una breve ricognizione per cambiare i soldi e comprare biscotti di cocco e noccioline impastati col miele, poi seconda colazione con gli altri.
Alle dieci era davvero ora di partire. Ci hanno prelevato un autista e una guida e ci siamo avviati verso sud attraversando strade disastrate, strette tra pareti incombenti e Kenyon. Il Pangong River, dal tipico colore azzurro lattiginoso dei fiumi di montagna, scava e scava laggiù, erodendo lo strapiombo e, evidentemente, facendo periodicamente smottare le pareti rocciose.
La prima tappa del Marka trekking è una camminata non molto impegnativa: qualche breve tratto scosceso, qualche rivolo da guadare con un paio di passi lunghi… più che altro un sentiero disegnato tra le montagne, tra lingue di brecciolino, massi erratici e altri retaggi degli inverni innevati. Dopo un’ora siamo già in vista di un minuscolo insediamento verde e dopo un’ora ancora siamo lì, a mangiare il pranzo al sacco e a bere chai e tè nero, all’ombra di una tenda bianca, fissata fantasiosamente, sdrucita, ma bellissima da starci sotto e da mettere a fuoco accanto all’azzurro carico del cielo. Ancora poco e abbiamo posato gli zaini a terra in una home-stay di pietra e legno, con un grande spazio comune foderato di tappeti, tavolini bassi, sotto un tetto di travi e bambù. Dormiamo in una stanza simile: diversi tappeti sovrapposti, due materassi appoggiati a terra, finestre con i telai legno grezzo che si affacciano su un ovile (vuoto per ora), muretti di pietra e sterco, scale di pietra.

La prossima settimana la seconda parte del viaggio nel continente indiano. Stay tuned!