Arrivata a scrivere dov’ero arrivata avevo voglia di muovermi ancora; il mio, evidentemente, aveva un desiderio simile e siamo usciti di nuovo.

Martedì 16
VIA LATTEA E BURRO DI YAK
Ci siamo avviati verso il fiume, abbiamo camminato lungo il greto e poi ci siamo allontanati infilandoci in una valle che serpeggiava tra due sponde di montagne brune. Ci siamo accordati per camminare speditamente e in silenzio, anche perché i nostri compagni francesi hanno attacchi d’ilare logorrea che a volte stufano. Quando le creste hanno cominciato a diventare profili in controluce siamo tornati indietro e, in poco tempo, si è fatto buio. Buio pesto solo in vista della home-stay, tant’è che ci siamo fermati poco prima per fumare un’ultima sigaretta in pace. E abbiamo visto le stelle cominciare a girare. Ci ha sorpresi la guida che ci dava per dispersi e veniva a cercarci. Allora non ci siamo opposti e l’abbiamo seguita a cena.
Dopo un brodo caldo, su un letto di riso ci hanno rovesciato qualche mestolata di verdure e qualche altra di lenticchie gialle.
Abbiamo leccato di nuovo le cartine e siamo usciti a vedere di quanti gradi aveva ruotato l’universo. Il cielo era esploso.

Sono le nove e qualcosa, sono stanca, sono avviluppata in una coperta orribile e morbidissima, non fa per niente freddo e mi intontisce un rumore ripetitivo.
Dietro la porta c’è una donna accovacciata che frulla un secchio di latte tirando un capo e poi l’altro di una fascia arrotolata a un bastone. Il legno è in verticale nel fusto, inanellato in due manette agganciate a una colonna e dunque resta dritto, quando la piccola nepalese tira un capo e asseconda con l’altra presa lo svolgersi del nastro il latte monta. Il profumo grasso del burro arriva fin qui, il rollio del mestiere antico mi addormenta.
Sono le nove e qualcosa: fumo l’ultima e mi spengo.

Mercoledì 17
OGNUNO AL SUO PASSO

Credo che siano le nove. E scrivo sdraiata su un tappeto, nascosta sotto un soffice monticello di coperte. Scrivo a mano.
Credo che siano le nove e ho giusto le energie per questo riassunto reggendomi la testa, anche se sto per crollare di sonno: crollerà il gomito, l’avambraccio, la mano, infine la faccia sul cuscino.
Finché reggo, comunque, provo a riavvolgere la giornata.
Mi ha riscossa il raglio di un asino, ho infilato il piumino sopra il pigiama, ho disceso le scale, attraversato il cortile, la strada sabbiosa, e mi sono accovacciata sul buco della latrina. Una pisciata talmente impegnativa che non potevo essere ormai più sveglia di così. Tanto valeva razzolare lì fuori e dare fuoco alla prima sigaretta. La seconda battaglia con i cerini è stata dopo la colazione; per gratitudine verso quello sciabordio di burro che mi aveva cullata la sera prima, ho deciso di metterci il coltello dentro. A dire il vero era anche l’unica disponibilità edibile e, altrimenti, avrei dovuto digiunare: per niente saggio. Quindi: assaggio-saggio.

Tant’è: alle otto e mezza siamo partiti per affrontare un dislivello modestissimo ma un cammino lungo. Sotto le suole roccia friabile, sabbia, sassi, acqua… intorno, pianura a perdita d’occhio, pettinata da mille rigagnoli. A tratti, tutta quest’acqua finisce in un torrente più gonfio o in un laghetto ceruleo, circondato da morbidi cuscini d’erba e qualche albero fronzuto: il posto perfetto per una tregua dal peso degli zaini e dal sole freddo ma ustionante come un laser. Io, poi, sono arrostita senza accorgermene.
Le soste nei luoghi ameni o sotto i tipì diventano ogni volta più lunghe: più passano le ore e più siamo lenti nella ripresa. Comunque, quando mi rimetto in piedi, sto bene, il paesaggio piatto e lo scalpiccio sulla ghiaia mi ottundono, e così cammino svelta, penso a dove voglio arrivare e a cosa lascerei sempre più indietro. A chi… e mi viene nostalgia di casa.
Immagino il momento di essere di nuovo indietro. Mi salta la puntina e, a ogni falcata, varco la soglia. Quello che succederà realmente potrò saperlo solo quando tornerò davvero. E non desidero affatto che il tempo passi più velocemente di così: mi occorre tutto. Lo dicevano il nonno e il papà: ognuno ha il suo passo; purché non si fermi, certamente, arriva.

Giovedì 18
PERLUSTRAZIONI DENTRO E FUORI
Sepolta. Tre coperte pesanti come tappeti e io sotto. Sono esattamente dodici ore che sto all’aria aperta e ora sono pronta per addormentarmi con la penna in mano.Ho ripreso conoscenza molto presto, era ancora buio. Ho visto schiarire il cielo e disegnarsi le montagne nella cornice della finestra; ho ciondolato fino alla latrina e poi, più silenziosamente possibile, mi sono infilata i vestiti impolverati del giorno prima e di quello prima ancora.
Il tè mi ha scaldata e restituita a me stessa: il pensiero è tornato nel corpo.
Burro d’arachidi fatto in casa e la giornata è cominciata senza vittime animali: fiufh.
Da quando ho issato lo zaino sulle spalle ho camminato seguendo le orme della guida, in silenzio, se mai ansimando in salita, respirando quietamente nei lunghi tratti pianeggianti, boccheggiando per la sorpresa al rivelarsi così vicina di una cima innevata. Ho serrato le labbra quando mi sono concentrata per stare in equilibrio nei passaggi impegnativi. E anche nei pensieri.
Di tutti quelli che ho scritto, riporto questo:
È interessante, dopo tanti strofinamenti, lievi e con foga, è interessante e bello essere integra, sola nel letto, sola in cammino, a distanza di sicurezza da chiunque, dal rumore, dai consigli, dalle carinerie e dalle stilettate, dai “BLUP” di Facebook, dallo “ZZZZ” del telefono, dal “DLIN DLON” del campanello, dallo “HEEEEE” del citofono. Così capisco bene, senza interferenze sonore. Senza intralci. Posso andare. Anzi: vado. Posso rivolgermi anche altrove. O stare, anche per conto mio. Incontrare, desiderare di essere presa da sconosciuti che diventeranno famigliari, o che passeranno di lì, dentro lì. Oppure no.”

L’ultimo tratto di strada è stato svelto e duro insieme: stanca ed affamata, come un brigante della Calabria, ho guadagnato l’ombra del tipì avendo solo più le energie per lasciar cadere lo zaino e sfilare gli scarponcini. Dopo il tè e qualche fico secco sono tornata in grado. Ho raccattato i vestiti sporchi e li ho strofinati accovacciata su un rivolo e li ho appesi su un canniccio, poi sono scesa al fiume e mi sono lavata nell’argento fresco e gorgogliante. Poi ero nuova.
Stesa al sole, come i vestiti, ho ripreso Singer e, di nuovo, non c’è stato più nessuno.
Il mio m’ha toccato dentro: “andiamo là?”
Andiamo!
È ormai un’abitudine: quando gli altri bivaccano, andiamo in perlustrazione.
Questa volta ci infiliamo in una valle trasversale, seguiamo il fiume, ci arrampichiamo per tornare sul sentiero, fumiamo appollaiati sui massi erratici, in mezzo alla corrente, in un campo di grano… tornando, in discesa abbiamo pensato a dove ci sentiamo al nostro posto, e come e con chi: qui, a casa, da nessuna parte, ovunque; da soli, in mezzo a gli altri, tra i nostri, con gli sconosciuti.
Insomma: dipende. Da me. Devo interrogarmi e scegliere. Me, my self and I.
Ed eravamo indietro, cotti e famelici. Abbiamo soffiato sul fuoco che ci ha soffiato negli occhi. Un cenno dall’uscio e c’era la cena: consolazione infinita.
In una cucina minuscola, stretti uno contro l’altro, la schiena contro le pareti, il sedere per terra, attorno a una stufa su cui scaldavano grossi ravioli di granturco annodati, lenticchie e verdure stufate. Che viaggio meraviglioso che hanno fatto nello stomaco, che viaggio meraviglioso che li portiamo a fare. E poi li restituiamo alla terra, che li ridà alle bestie e a gli uomini.
Le energie sono tornate ancora per fumare, sbalordendo sotto un cielo mostruoso.
Mi alzo l’ultima volta per spegnere la luce, prima di alzarmi di nuovo. Che Dio ci conservi la vista: domani si sale ancora e per molte ore. Non vedo l’ora di non vedere l’ora, che si esauriscano le molte ore.

Venerdì 19
CINQUE PER MILLE

Nero. Tre ore fa mi sono lavata dopo cinque giorni e il mio ombelico era nero.
Prima di tutto mi sono rasata i capelli, poi le ascelle, poi ho lavato i denti. Poi ho mescolato sale, miele, olio di avocado, qualche goccia di lavanda e mi sono strofinata dappertutto. Finché non mi sono riconosciuta. La faccia è rimasta color mattone, il naso è carbonizzato. Le mani si sono sgonfiate ma restano peste e screpolate, i piedi… i piedi sono massacrati.

Ne gli ultimi due giorni ho camminato, camminato, camminato.

Ieri abbiamo raggiunto il campo-base a quattromila e sette. Io e il mio abbiamo fatto ancora un’arrampicata per provare cinque volte mille. Lui, in braghe corte e Birkenstock è uno stambecco [blue sheep], io lo seguo a testa bassa come un asino da soma [donkey pack]: respiro a bocca spalancata, sollevo una coscia e poi l’altra, sposto avanti uno scarpone e poi l’altro, guadagno mezzo metro, un altro mezzo, un altro, un altro. Quando tiro su il naso gocciolante sono quasi in cresta. Mi scivola un filo di bava. Le orbite mandano in orbita le palle degli occhi: rotolano sulla schiena dell’Himalaya. Giù c’è il bassopiano piatto e bruno e l’accampamento bianco e azzurro. Torniamo: accampamento-bianco-e-azzurro-accampamento-bianco-e-azzurro-accampamento-bianco-e-azzurro-accampamento-bianco-e-azzurro-bianco-e-azzurro-bianco-e-azzurro

La discesa mi dà una spintarella fino al fiume: mi lavo la faccia bruciata, i piedi bollenti e prendo tra le mani la ciotola di zuppa brodosa, poi una mestolata di verdure e di lenticchie: buon anno laddako!
Sono le otto e, ubriachi di zuppa, gattoniamo dentro la tenda. Abbiamo addosso tutti i vestiti che ci siamo portati e coperte giganti, ma è come stare sdraiati su una lastra di ghiaccio. Ridiamo dal freddo. Dormire non si può, solo smettere di contare il tempo perché l’alba arrivi prima. Mi arrendo all’idea di assiderare e, a tratti, perdo conoscenza.
Il miracolo del sole si fa attendere, ma quando non ne posso più arriva. Inonda la vallata e si appoggia sulla tenda. Scanso le coperte, mi metto carponi e mi isso in piedi. Piedi blu.
Al fiume lavo velocissima la faccia per sgonfiare le palpebre, il culo perché stia all’aria, libero dagli odiosi elastici delle mutande, le ascelle e i denti per distinguermi dalle bestie.
Corro congelata al tipì e bevo tè nero bollente. Non mi scaldo, ne bevo ancora. Non ancora, ancora. Il sangue comincia a sciogliersi, poi si scioglie e punta alle periferie del corpo.
Le dita dei piedi tornano irrorate molto più tardi, ma, intanto, tre scodelle di porridge e ancora acqua calda comandano ai muscoli di muoversi.

Non sollevo lo sguardo mai. Fatico e basta. Finché non sento un’odore inconfondibile: neve.
Cinquemilaeduecento: soffoco un urlo di felicità. Scarico lo zaino e zampetto. Ho la schiena fradicia, raggelo e mi ustiono insieme. Non importa: ho finito di salire!
Devo solo scendere per sette ore, guadare i fiumiciattoli a piedi nudi, stare in equilibrio nei passaggi stretti, scivolosi, sdrucciolevoli. Sono sordomuta, seguo la mia ombra di sguincio, lei segue me, io seguo lei.
Quando non ne posso più penso ai miei amici. Oggi, a uno in particolare su tutti, forse perché è silenzioso e non mi guasta lo scricchiolio dei passi e lo strusciare delle cinghie. E Giulio? Avrà studiato pianoforte? Avrà combinato qualcosa di veramente diverso dal solito? E i miei quattro amici accoppiati? E quell’altro in serra a leggere. Quell’altro ancora al fuoco. E Le ragazze? Avranno bisogno di me?
Il ventitré sera vorrei la gente, vorrei ricevere un ben tornata, dare il benvenuto. Ancora una volta.
Domani mattina, intanto, facciamo colazione con gli altri dispersi.

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Domenica 21 settembre
BEAUTYFICATION

Oggi sciopero. Dalle sei alle sei Leh è fantasma. E le strade sono chiuse al traffico. Nemmeno un emporietto per l’acqua. Lavorano indefessamente solo gli operai che procedono alla beautyfication del corso principale della città; anche se si tratta di un tratto di strada di qualche centinaio di metri è previsto che ci mettano quattro anni: d’altronde hanno un’organizzazione medievale, bella giusto da scattare. Ma oggi, sgombro dal traffico, tutto è fotogenico: il tempio buddista, il gate che guarda le montagne, le strade blu dei drappeggi parasole, le linee elettriche sfasciate, ingarbugliate, pencolanti, gli asinelli, i cuccioli di cane, le vacche sdraiate nell’immondizia, il mercato chiuso, il polverone dei lavori in corso, i crateri postatomici che devastano il centro, la gente che non sa che fare.
E mentre trotterelliamo con le gambe rotte alla vana ricerca di uno smercio di tabacco, incontriamo tutti: il francese, la tedesca, i canadesi, i pistoiesi, l’israeliano… hanno tutti fame. Finiamo alla Guest House a pigliare quello che offre la cucina: noodles, riso, un intingolo al curry, naan… purché si riempiano le pance. Io solo un ginger tea.

Sono stufa di stare seduta sotto il canniccio. Ci stanno tutti: si va a zonzo fuori. Passeggiamo chiacchierando, ci fermiamo a fumare in una radura, poi sul greto del fiume, su uno spiazzo di sabbia. A quel punto tornano tutti indietro, restiamo in tre a inventarci qualcosa per occupare il tempo. Provo a disegnare per terra… mi viene un’idea: metto i ragazzi in posa e traccio il solco delle ombre con un sasso. Poi sta alla fantasia di ognuno: marchiamo i contorni delle due sagome con ramoscelli, sassi, virgulti, le vestiamo di scampoli, carta igienica, con le nostre sciarpette; ci leviamo le scarpe e le calziamo alle silhouette travestite. Ovviamente non ce ne andiamo senza una cartolina: CLICK. Smantelliamo e torniamo facendo un giro lungo: canneti, fogliame autunnale, meli carichi di frutta, cespugli spinosi di Leh Berries; saltelliamo per passare e ripassare da una sponda all’altra del fiume, facciamo gli equilibristi su i muretti, accarezziamo i vitellini che ingombrano i sentieri, cantiamo Coen, Rodriguez, Simon & Garfunkel, finché non siamo di nuovo in città. Manca ancora un mezzo giro d’orologio: scegliamo un gradino, raschiamo il fondo del tabacco e facciamo una in tre, poi una in tre, poi una in tre… e non passa mezz’ora che tutti riconvergono senza appuntamento. Si cincischia finché non si solleva la prima saracinesca, a quel punto ci disperdiamo di nuovo: ventietrenta di sotto e decidiamo dove cenare. Finiamo intorno a un falò, a cantare Capossela a bocca piena. Gli altri sbevazzano, io affondo il cucchiaio nel mio speziatissimo veg mix, tengo il tempo con il piede nudo, seguo e non seguo.
Qualcuno mi manca molto questa sera.