Anche se non sono all’altezza di scrivere della “questione”, la ricordo nella scelta del titolo e nelle due lingue, in cui spero di averlo reso correttamente: l’allusione al film di Levinson è un monito perché non sfugga a chi visita e a chi firma il blog che Israele è un paese in guerra, mentre le traduzioni in ebraico e palestinese convivono sulla stessa riga per un auspicio di pace. L’urgenza di esprimere il desiderio di giustizia è in testa all’articolo, proseguirò raccontando di colazioni e murales sperando che chi legge non debba scrollare tanto da perdere di vista il grassetto là in alto.

Di geografia politica ho detto il necessario, da qui, sarò più dettagliata su quella fisica:

Palm Hostel, No’omi Kiss St 4, Jerusalem, Israele

Il Palm Hostel è un ricovero per feticisti del folklore: la colossale insegna al neon è la salvezza di chi ha prenotato a distanza, altrimenti mai s’incamminerebbe tra le cassette del fruttivendolo con cui condivide l’ingresso; le stanze senza finestre disorientano, infatti la “posizione centrale” si verifica solo arrampicandosi sul tetto; lo scopettone in bagno va inteso come un invito a provare l’esperienza di sopravvivere a un’esondazione e, usciti fuor del pelago (asciugata l’acqua si crea un’infernale cappa d’umidità), a dare, nel salottino della colazione, un’ultima chance al redattore della guida prima di pregare il suo direttore che lo licenzi. Trascorso da poco il primo maggio, sono contenta di scrivere che il nostro non ha perso il posto: il sole inonda il bay window e ricaccia a ovest l’inverno continentale, mentre un festoso buffet sbaraglia il letargico menù delle stazioni di servizio. Cappuccio e brioche? No, grazie. Oggi pane fresco, falafel, hummus, babaganoush, salsa tahina e una ziggurat di dolcetti sciropposi e ripieni di pistacchio.

Rifocillata come mai in occidente, sento l’urgenza di cominciare il mio pellegrinaggio laico e presagisco che sarà dolce, e anche deliziosamente salato.

Per giungere nei pressi di Gerico e galleggiare come boe nel pastelloso Mar Morto, si attraversa un tratto di deserto roccioso, rigato da piste carrozzabili, spolverate queste da mezzi blindati e punteggiate, ai lati, dai lugubri ghetti palestinesi. Prima di partire per questo trasbordo lunare si fa scorta di viveri al mercato nella Città Vecchia: intricati e stretti passaggi in cui si ammassano, senza soluzione di continuità, esposizioni di merce varia. Il baillamme e gli sballottamenti diventano familiari facendosi largo tra la folla e scoprendo che, nonostante l’apparente casualità del suq, ogni strada è organizzata per genere merceologico e che ogni banco è un pattern ordinato: architetture piramidali di frutti e ortaggi tirati a lucido, dune di spezie, semi e frutta secca, mosaici di dolcetti, pane di tutte le pezzature, impilato in solide fortezze…

La logistica della fiera è presto chiara, ma l’indecisione è quella sull’acquisto migliore: la varietà dell’offerta, infatti, stordisce il visitatore con languori d’ogni genere e lo getta nella perenne indecisione su come e con quale ghiottoneria ungersi le dita. Nel dubbio si prova tutto: fagottini di carne, mattoncini di pasta di sesamo, datteri, frutta secca tostata, crostini spennellati d’intingoli speziati, o spalmati d’hummus, babaganoush o di crema d’avocado condita con olio e sale, polpettine di falafel, pite sottilissime cotte su testi incandescenti e farcite con carne sfilacciata alla maniera del kebap o con pomodoro, origano e uova sode, insalate tiepide di verdura, brioscine al cioccolato, praline tuffate nella granella di pistacchio o di cocco, frutta candita, croccanti, pezzi d’arnie grondanti di miele da succhiare e mordere sbrodolandosi, olive condite, peperoncini farciti… Qui mi fermo per non aggravare l’omicidio del mio e vostro apparato digestivo con l’accusa di crudeltà, non voglio finire a litigarmi la branda con il mal san(itari)o dottor Brega Massone.

israele-mercato-acquisti

Per tutta la permanenza in Israele, una litania succulenta resta in sottofondo, perché il cibo da passeggio è una distrazione perpetua, qualche volta, però, è bello riposare le gambe, ordinare qualcosa e assaggiarla seduti a un tavolino. Questo mi capita più spesso a Tel Aviv, che raggiungo nel fine settimana per evitare la paralisi dello shabbat nella Città Santa.

La capitale, molto più grande di Gerusalemme, è una sorpresa da sud a nord: il festoso e alternativo quartiere di Florentine, nel distretto meridionale della città, è dove dormo nell’ostello fricchettone Milk & Honey, e dunque è il punto di partenza per raggiungere gli ariosissimi boulevard, attraversati nel centro da ciclabili a due sensi, intervallati da chioschetti, ombreggiati da alberi frondosi. La prospettiva si allarga ancora facendo ingresso nelle piazze ampie, rinfrescate da grandi vasche, truman show di placide carpe grassocce, circondate da sdraio e poltroncine.

israele-giardino

Più timidamente, seguendo sottofondi musicali orecchiati, mentre si curiosa tra le chincaglierie dei mercatini, si finisce per scoprire angoli surreali dove coppie in costumi vintage ballano lo swing. Distratti da questo e quello, si piega verso ovest quando un brillio abbacinante lascia interdetti: solo dopo essersi stropicciati gli occhi si torna a vedere e, là davanti, si allunga il litorale candido e, ancora oltre, il mare. Un centinaio di metri e i piedi affondano nella sabbia finissima e tiepida; c’è tanta spiaggia morbida, tanto cielo luminoso, tanta acqua che riverbera e spumeggia; gruppetti di ragazzi seduti in cerchio a cantare salmodiando, pallavolisti, calciatori, giocatori di volano che balzano allegri dietro a palle di ogni dimensione; qualcuno spinge in alto l’aquilone e qualcuno s’incammina verso nord, stupito dallo skyline modernissimo dei quartieri settentrionali, puntando, ancora più oltre, all’antico porto di Yafo.

Sarà l’aria salmastra o il trotterellio tra i residui d’onda sul bagnasciuga, ma lo stomaco torna a chiedere di esistere e, complici gli effluvi speziati dei picnic arabi, sui prati, appena più in alto del lido, le orme tornano a lasciare i segni delle scarpe, calzate per tornare sull’asfalto a caccia di energie commestibili.

Comincia una ricognizione affamata di specialità amiche dei vegani. Questa volta, come dicevo, il desiderio e quello di alleggerire le spalle dello zaino e appoggiarsi a un tavolino. L’imbrunire m’interroga su quante speranze ho di rincasare sazia…

israele-piatti

L’appetito rende lo sguardo attento e mi stupisco di quanti bistrot dedicati si affacciano sulla strada e di come, su molte vetrine, sia stampigliata la vetrofania del circuito happycow.net, una piattaforma che raccoglie nomi, indirizzi, descrizioni e recensioni dei locali vegan-friendly. Nell’euforia decido per una cena itinerante: ordino una tempura con salsette in un vegan-jazz-club dove mi accomodo in un giardino addobbato di lucine e poi cambio indirizzo per una generosissima porzione di “lasagne”, farcite con melanzane e una crema di tofu e tahina morbida e deliziosa e un hamburger vegetale casalingo cotto a puntino accompagnato da un’insalata di verdure tiepida e croccante must di Buddah Burgers.

buddha-burger

È notte fatta ma la strada è ancora popolata, così, al tavolo ormai sgombro di stoviglie, mi rilasso col mento appoggiato alla mano, ripassando in testa le cose belle che ho visto durante il giorno. Gli occhi invece seguono ragazzi caracollanti e chiassosi che saltellano, qualche solitario che s’incammina col cane al guinzaglio; uno si affretta dopo una conversazione telefonica eccitata, un altro rallenta il passo rapito da un pettegolezzo; deambulano capelloni scalzi che sorridono a tutti, ragazze velate si avviano a braccetto; gli affittuari del bike sharing ondeggiano verso l’ultima stazione di deposito, mentre agili scatto fisso, tappezzate di adesivi ecologici, si destreggiano tra compagnie, solitari, cani, pettegoli, capelloni, veli e capigliature, riprendono una corsa dritta e si dileguano.

Toc toc: il signor Buddah Burger mi bussa alla spalla e mi dice dispiaciuto che sta sbaraccando, se, gentilmente, sgombro il campo. Pago -poco- e gli chiedo di scattare una foto per ricordarmi del posto. Mi tolgo anche una curiosità: sulle pareti del locale sono incollate decine di fotografie di persone che reggono un cartello “FREE 269″…

Mi spiega che il movimento vegan, in Israele, a Tel Aviv in particolare, è molto combattivo e che la giovane mucca n. 269, destinata al macello, è diventata il vessillo degli animalisti. Nei giorni che seguono faccio caso a molti stencil disegnati un po’ ovunque: c’è la testina di un vitello, un codice a barre e la scritta www.269life.com. Mi ricorda il cult “l’esercito delle 12 scimmie”: spero che il manzetto l’abbia scampata, ma di non finire faccia a terra in un lago di sangue all’aeroporto…

Gli eco-graffiti, per altro, sono vari e variamente distribuiti per la città: melanzane e carote stilizzate vanno per la maggiore, e in diversi angoli sono stampigliate le silhouette fluo di animali da cortile. In generale molti scorci sgarrupati sono abbelliti da stencil e opere di street art, alcune bellissime. Mi sembra di riconoscere persino qualche Banksy e almeno uno Space Invaders.

israele-murales1

Seguendo gli indizi spray degli artisti di strada arrivo fino al Museo d’Arte Contemporanea. Il complesso firmato Preston Scott Cohen è un’architettura asimmetrica, composta da blocchi sfaccettati appoggiati uno sull’altro. L’ammasso movimentato dell’edificio è arenato su un grande spiazzo candido, e una larga entrata ad arco rettangolare rende piccoli i visitatori che l’attraversano. Anche l’interno è vasto, geometrico e di varie altezze. Per tutti i piani e mezzi piani, lungo le grandi scale che lo attraversano obliquamente e nel luminoso parallelepipedo bucato, che sale dal pian terreno fino a una sezione vetrata di soffitto, si snoda un enorme rettile gonfio di stoffe colorate: l’ha concepito per il museo la portoghese Vasconcelos. Camminando, sotto, accanto e intorno ai tentacoli e alle escrescenze coloratissime di “Lusitana” (questo il titolo dell’opera) finisco all’ingresso della mostra di Vik Muniz. Piantata di fronte agli ingrandimenti fotografici scattati alle sue composizioni colossali fatte di rottami e spazzatura, di carta o giocattoli, di zucchero o cioccolato, resto sbalordita e commossa, intuisco che c’è di più e, tornata in Italia, scoprirò dell’esistenza del commovente documentario “Waste Land“, girato nell’immensa discarica di Rio De Janeiro dove Muniz vince il sospetto dei miserabili catadores e ne fa i soggetti e la manovalanza di grandiose composizioni di immondizia. Le foto che mi hanno stupefatta al museo sono state battute a un’asta milionaria di Christies’s, a Londra, e il denaro destinato ad alcuni dei protagonisti brasiliani coinvolti nel progetto perché si riscattassero dalla miseria.

La luce naturale che mi inonda tornando all’aperto mi restituisce al presente: mancano poche ore al decollo per Milano e bisogna che attraversi nuovamente la città, questa volta da nord a sud, fino alla stazione dei pullman. Ormai è passato il mezzogiorno, ma non è ancora l’imbrunire, d’altronde sono digiuna dal mattino presto e decido di fare una merenda sinoira che valga per entrambi i pasti. Snobbo gli smoothie dei bio bar, colorati, vitaminici, ma troppo internazionali e, per lo stesso motivo, passo oltre ai localini lindi e pinti, anche se promettono assaggi ben presentati: sono alla ricerca dell’essenza mediorientale, e voglio essere colpita attraverso le narici; usmo l’aria salmastra a caccia del profumo di un pranzo speziato della domenica e, resistendo alla fame, attraverso ancora un altro isolato… come se una nonna avesse spalancato la finestra della cucina, infine, mi colpisce quell’effluvio tiepido che mi aspettavo. Lo so: ci sono, nemmeno aspetto che mi venga incontro un cameriere e mi siedo al mio tavolino sgangherato preferito. In pratica sono tra il dentro e il fuori di un garage, forse un’ex officina trasformata con qualche aggiustamento di carpenteria in un “hummus place” verde, giallo e rosso: il leone etiope mi strizza l’occhio da un poster scolorato, Bob Marley canticchia e una ragazza sorridente con un grembiule spadellato mi dice: “qui facciamo il miglior hummus della città e friggiamo un falafel da sballo”. Allora mi rilasso definitivamente e mi metto nelle sue mani: “fai tu mia cara”.

Mangio il miglior hummus della città e una montagna di falafel da sballo. Finisco a ripulire con l’indice le ciotoline di tahina, salsa di yogurt e d’olio piccante fino a vederci attraverso.

Posso volare a volare, volando.

Più di così c’è solo da scoprire che la vacanza mi ha restituita alla mia penisola felice, colorita, che ho lasciato qualche etto su un’altra sponda del Mediterraneo e che le macellerie arabe di Milano vendono la base per hummuss in lattina e baslotti di tahina a pochi euro.

Ora aspetto ospiti per far loro un racconto, non prima che abbiano ficcato un dito nella crema di ceci e l’abbiano risucchiato lesti come criminali mentre io sono di spalle frugando nel cassetto delle posate. Un racconto che comincia così: “sono stata qualche giorno in Isralele”.

 

LINK

Il film che cito nel preambolo è il cult “Good morning Vietnam“.

Ecco la storia del conflitto tra Israele e Palestina in 12 minuti.

Non volendo prendermi responsabilità, verificate se il New Palm Hostel vi ispira su Tripadvisor.

Un ottimo blog che strizza l’occhio alla cucina ebraica, per conoscere, fra le altre, le ricette di falafel, hummus, babaganoush e salsa tahina è www.labna.it

L’ironia fa bene la mala sanità no: googlate “clinica Santa Rita intercettazioni” per rinfrescarvi la memoria sull’avido e crudele dottor Brega Massone.

Per gli ebrei osservanti, la festa del riposo settimanale è lo shabbat: per chi viaggia in Israele e non vuole digiunare di sabato è utile saperne di più.

Info e recensioni del Milk & Honey Hostel di Tel Avive a questa pagina.

Io l’ho citato a proposito delle carpe in cattività nelle fontane di Tel Aviv, ma è bello vedere e rivedere il pluripremiato The Truman Show, diretto da Peter Weir. A questa pagina il trailer.

Sulla guida vegan on line Happy Cow, nella sezione dedicata a Israele, trovate tutti gli indirizzi “fur free”, compresi quelli che sono citati nel post.

Il sito www.269life.com racconta la storia a lieto fine del vitello 269, e altre meno allegre…

Ecco l’oscura scena finale (e iniziale) dell’Esercito delle 12 Scimmie -in lingua originale- per comprendere i miei timori su una deriva violenta delle battaglie ecologiche.

Banksy non ha ancora un volto, ma, per raccontare di sé, di Space Invaders e degli altri street artist ha prodotto “Exit Through the Gift Shop” una docufiction che trovate in streaming su Youtube.

Sul sito del Museo d’Arte Contemporanea di Tel Aviv trovate anche immagini e spiegazioni riguardo le mostre di Vasconcelos e Muniz.

Il documentario “Waste Land” è semplicemente imperdibile, quindi anche se non lo troverete in streaming on line, fidatevi, acquistatelo, e, se dopo averlo guardato siete insoddisfatti… ve lo rimborso io! Intanto cominciate a farvi un’idea guardando il trailer.

Fosse mai che per qualcuno di voi che leggete qui è una giornata faticosa, vi auguro di recuperare il buon umore. Three Little Birds di Bob Marley non risolve ma aiuta.

 

GALLERY

Tra le foto scorci di Gerusalemme e Tel Aviv tra quelli che ho cercato di descrivere; vegan-stencil e murales (compresi un ratto che presumo sia di Banksy e un mostrino di Space Invaders), colazioni, pranzi e cene vegan, mercati e street food, alcuni scatti dell’installazione della Vasconcelos e quattro opere di Muniz.