Margaux, Mouton Rothschild, Latour, Lafitte, Haut Brion, Yquem. Nomi magici, che evocano  il colore, l’intensità, la persistenza e il corpo del mito. Nomi che colorano di leggenda i 120.000 ettari  adagiati lungo l’estuario della Gironda.

Sud ovest della Francia. Un luogo unico per  i microclimi sempre mutevoli che cambiano da castello a castello. Il panorama è dolce, il suolo è vario, pronto ad accogliere il sapiente e antico lavoro dell’uomo. Sono questo lavoro e queste terre che  hanno permesso ai  vitigni bordolesi di esprimere al meglio qualità ed eleganza. Qui tutto è unico: ogni bottiglia porta il nome di uno chateau. Le cantine non sono cave – come nel resto del Paese -: le hanno ribattezzate chai. Le botti si chiamano barrique, non tonneau. Tutto è speciale. Le perturbazioni atlantiche, quando in un battibaleno il vento le soffia via,  lasciano spazio a un cielo terso e sconfinato, e il paesaggio si scopre in tutta la sua bellezza, dolce e cangiante. Dune, pinete, fiumi, l’oceano, vigneti ordinati e ben curati, i prestigiosi castelli. Gli chateau. In questo spicchio di Francia quando si dice chateau s’intende qualcosa di particolare. La residenza del vigneron, la cantina, i filari e tutto quanto ruota intorno al suo mondo. I manieri non sono antichissimi – solo alcuni sono costruiti su resti medievali – ma non per questo sono privi di fascino e malìa. La pietra di Bordeaux li colora di ocra e di miele. Le linee dei grandi architetti li rendono leggeri, li fanno quasi galleggiare nell’aria. Come aguzze mongolfiere.

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Se la riva sinistra della Garonna è considerata quella dell’élite e dei signori del vino, la destra rivendica un ruolo insostituibile nella storia enologica della regione. E’ lì che troneggia Saint Emilion. Le sue radici affondano lontane, ai tempi del console romano Ausonio, il poeta che amava curare i suoi vigneti e produceva vino. Poi, nel Medio Evo, il borgo racchiuso tra mura duecentesche (con cammino di ronda e beccattelli aggiunti nel XIV e nel XV secolo) passa sotto il dominio dei re d’Inghilterra che gli concedono privilegi e libertà e riconoscono il titolo di vins honorifiques ai rossi che allora erano riservati ai palati di aristocratici e sovrani. L’Aquitania tornerà alla Francia solo nel XV secolo, alla fine della Guerra dei Cent’anni, ma il cambio di corona non distoglierà l’attenzione degli abitanti dal vino.

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Oggi Saint Emilion mostra con orgoglio il suo passato ricco di storia e di arte e sorprende per la sua armonia architettonica. Oltre alle case di pietra calda e luminosa, ai tetti rossi in terracotta, alla chiesa monolitica scavata nella roccia e al solitario campanile sormontato da una guglia cinquecentesca, ci sono un castello, una grotta che fu abitata da Emilion,  santo eremita bretone, e il chiostro  romanico-gotico della collegiata. L’incanto continua nel dedalo di tertres ed escalettes, un intreccio di strette vie lastricate, ripide e contorte, come solo un paesino della vecchia Francia può regalare. Le rampe sfumano nel verde delle vigne,  la parte più luminosa del paesaggio. Saint Emilion è soprannominata la collina dei mille cru (in realtà sono 1200 in 5400 ettari). Della piccola appellation (che corrisponde alle nostre denominazioni) fanno parte 13 Premier gran crus classè: 11 crescono sul suolo calcareo dell’erta  intorno all’abitato.

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Potente, elegante e complesso come il territorio che lo genera, il vino di Chateau de Figeac, considerato il più “médocain des Saint Emilion”, si distingue dagli altri perché utilizza il 70% di Cabernet (metà Franc e metà Sauvignon) e solo il 30% di Merlot. Quest’ultimo è il vitigno più diffuso dell’appellation, spalleggiato dal Cabernet franc.
Sono dolci e verdi le colline che popolano Entre Deux Mers, il vasto territorio accerchiato dal corso ampio e maestoso della Dordogna e della Garonna. Un triangolo di campagna ricco di valli coperte da castagni e olmi. Tra i filari spiccano mulini fortificati del XIV secolo, prestigiose abbazie, chateau, e le bastide, piccoli borghi costruiti nel Medio Evo lungo il confine tra i dominii del re di Francia e il re d’Inghilterra.
Ed ecco la Rive Gauche. Nei dintorni di Bazas, su di un poggio verde, si erge con fierezza Roquetaillade: una cinta muraria, due castelli, uno del XII e l’altro del XIV secolo, e una leggenda. Un esempio di architettura feudale unico in Francia. Nell’ultimo restauro del XIX secolo, fu coinvolto anche Viollet Le Duc, l’architetto legato al nuovo volto della cattedrale Notre Dame a Parigi. Si prosegue verso Sauternes, piccola zona di produzione di vini dolci, voluttuosi e sensuali dalla straordinaria complessità.
Sono solo 2000 ettari attraversati dal Ciron, un piccolo corso d’acqua che crea un microclima ideale per la produzione di questo magico vino. In autunno, l’alternarsi della bruma mattutina con la calura del giorno e l’umidità della notte, favoriscono la proliferazione della Botritys cinerea, mitica muffa nobile sugli acini dei grappoli non ancora raccolti. La crescita di questo fungo non è né regolare né prevedibile, quindi la vendemmia tardiva può protrarsi anche per varie settimane e i raccoglitori sono costretti a vari passaggi in vigna (detti trie) per selezionare i chicchi vellutati. La resa è bassissima.

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Chateau d’Yquem, Premier cru superieur classè nel 1855, ne rappresenta la quint’essenza. Il castello è circondato da vigneti perfetti, accuditi e “coccolati” come in nessun’altra parte del mondo. Fra questi filari eleganti, che ricordano più un giardino che una campagna, si raccolgono con cura e selezione quasi maniacale i pochi acini ammuffiti al punto giusto che daranno vita al re dei vini dolci, a quel campione di abbinamenti sublimi (si sposa alla perfezione con foie gras e formaggi erborinati) capace di invecchiare senza perdere smalto. Leggenda e mito tra buongustai e collezionisti di ogni angolo della terra.
Splendido, elegante e originale il disegno di Chateau de Malle (il suo sauternes è Grand cru classè dal 1855), che cela nella forma a ferro di cavallo una dolce stravaganza architettonica, un decoro insolito e armonioso che si stempera nella sobrietà dell’edificio. Intorno alla superba residenza risplende un giardino all’italiana. Oltre alla degustazione di un calice ambrato, magari in cantina, è bello passeggiare intorno e dentro al castello per apprezzare le sue due facciate, classica davanti e Renaissance sul retro, la biblioteca, la cappella e il lussuoso ingresso.
In tutta la zona vigne a perdita d’occhio lambiscono le dimore. I filari, come pennellate di colore, sfumano dal verde al rosso, passando da tono a tono a seconda dell’incedere delle stagioni. Non è mai lo stesso viaggio.
Si riparte verso Bordeaux passando per le mitiche terre di Graves, il cui vino fu il primo ad essere apprezzato dagli inglesi nel Medio Evo. Conosciuto, a quei tempi come Clairet, era l’unico vino degno d’interesse, garantito dalla Jurade di Bordeaux.
Lungo la Rive Gauche della Garonna il paesaggio è molto vario: i boschi si alternano ai vigneti che abbracciano sontuose residenze. Nelle giornate di sole il suolo, ricco di piccoli quarzi, brilla. Le pietre, come piccoli specchi, riflettono la luce del sole che fa maturare gli acini. Il senso di pace e di meraviglia generato da questa terra si moltiplica avvicinandosi al neoclassico Chateau de la Louvière, realizzato secondo il progetto dell’architetto parigino Victor Louis. Qui si assaggia un grande rosso e si visita la proprietà. Come in sogno il retro del castello si specchia con superbia nel laghetto incoronato da alberi d’alto fusto.

Lasciandosi alle spalle il paese Léognan, continuando verso nord, ancora nell’appellation Pessac-Lèognan, alle porte di Bordeaux, si trovano altri due grandi nomi del territorio: Chateau Haut-Brion, (Premier grand cru classè), che nel 1801 fu acquistato da Tayllerand, ministro degli affari esteri del Regno, e Chateau Pape Clement, (Cru classé de Graves), che deve il nome al suo più celebre proprietario: il papa Clemente V, colui che nel 1309 trasferì la sede pontificia in Francia.

Pochi chilometri e si arriva a Bordeaux, città santa del vino. Snob e raffinata “bord d’eau” si lega indissolubilmente a due elementi fondamentali: l’acqua della Garonna, della Dordogna, della Gironda e dell’Oceano Atlantico e il vino, suprema ricchezza espressa da questa terra. Dal 700 in poi, la città ha vissuto di rendita sfruttando le ricchezze accumulate quando era il primo porto di Francia. Una ricchezza che sta scritta nell’architettura altezzosa e sulle facciate opulente dei palazzi. Oggi è rinata: nuova, aperta e gioiosa, come mai prima. “La bella Italiana perdutasi nella Gironda”, come la chiamava Montaigne, ha fatto un lifting profondo ora più che mai si può dire, con Victor Hugo: “prendete Versailles, aggiungeteci Anversa e avrete Bordeaux”.
Ci si diverte nei locali in riva al fiume, si passeggia nel quartiere Chartrons, tra antiquari e brocante, e si ammirano le vetrine di Place des Grands Hommes. E ancora si acquistano pregiate bottiglie nell’enoteca Intendant e si stimolano i sensi con i formaggi affinati da Jean d’Alos o al ristorante le Chapon Fin, con i suoi decori belle Epoque.
Il centro storico di Bordeaux si “conosce” a piedi: Place de la Bourse, che abbraccia la Garonna, l’antico quartiere di Saint-Pierre con le pittoresche stradine medievali, l’Esplanade des Quiconces, una delle più ampie d’Europa. Per una coscienza superficiale del Porto della Luna ( così i celti chiamavano Bordeaux) bastano poche ore, per coglierne l’anima più profonda, bisogna viverla qualche giorno.
A nord est di Bordeaux nella lingua di terra lunga e stretta che s’insinua tra l’Atlantico e la Gironda, si producono i vini rossi più prestigiosi al mondo. Sono i filari di Cabernet sauvignon e franc, di Merlot e di Petit verdot che tingono il paesaggio lungo l’estuario. Ma è anche la luce che in prossimità dell’Oceano cambia. Si fa più tersa e cristallina.
Conoscere il Médoc ( in latino in medio aquae, ossia in mezzo alle acque) significa alternare la visita a celebri chateau a brevi incursioni nelle terre paludose. Qui si scoprono i piccoli porti dove sono ormeggiate le barche a fondo piatto e i corridoi che l’acqua si apre tra le canne per raggiungere la Gironda. L’itinerario enologico e quello naturalistico s’intrecciano sposando terre paludose ed incolte alle linee armoniose dei filari.
Chateau Margaux , la Versailles del Médoc, è la culla di uno dei rossi più eleganti, una pietra miliare nella storia del vino. Un Premier Grand Cru classé che coniuga potenza e finezza, longevità e complessità.

Il viaggio nella leggenda è solo all’inizio, poco più avanti ecco Chateau Latour, con l’inconfondibile torre che veglia sulla proprietà solenne e austera. Come in una sequenza cinematografica si avvicinano Clos d’Estournel, una macchia esotica nel panorama (costruito da un mercante di vino mediorientale nel 1830 ), Chateau Lynch-Bages (Cru classè nel 1855) e Chateau Pichon-Longueville (Cru classè nel 1855).
Verso nord le acque placide dell’estuario. Chiudendo gli occhi si possono ancora vedere i grandi velieri del passato che partivano carichi di vino per porti lontani. Pauillac. E’ qui che svettano Chateau Mouton Rothschild e Chateau Lafitte. I loro Premier Grand Cru classé sono da sempre nel gotha dell’enologia francese. Le bottiglie di Chateau Mouton Rothschild sono impreziote dalle etichette dei grandi artisti del 900: Picasso, Braque, Mirò,
Una cantina dopo l’altra, una leggenda dopo l’altra. Sempre gli stessi vitigni, climi simili, proprietà contigue, vini sempre diversi perchè diverse sono le caratteristiche del terreno.
Ancora chateau, filari, piccoli borghi e porti. Il paesaggio piano piano cambia. Si entra in una terra silenziosa, disabitata, poco battuta. Un Médoc diverso, fermo ai tempi che precedettero la colonizzazione vinicola del XVIII secolo. Le tinte dolci e sfumate dell’estuario della Gironda, le rare casette a palafitta dei pescatori, le barche, i labirinti di canne. L’incanto si spegne a Verdun. Si torna alla realtà. Il passare continuo di grandi barche cargo ricorda che questa è la porta d’ingresso a Bordeaux. La porta d’acceso all’Olimpo dei vini.