Una volta ho detto a uno psichiatra: “dottore, mi sento grassa: mi peso e mi sconforto.”

Lui non ci ha pensato molto e mi ha domandato: “dica un po’: si sente ugualmente a disagio, se non si pesa?”

La domanda è caduta nel vuoto: pesarsi era sempre stata un’abitudine fissa, e, nei momenti peggiori, un’ossessione. D’altronde la domanda mi aveva incuriosita e non avevo niente da perdere.

La mattina dopo, pur con circospezione, ho ignorato la bilancia, verificando, innanzi tutto, che restava lì inerme: non mi rimproverava, non cantava come una sirena dell’Odissea e non si animava per infilarmisi sotto i piedi a forza.

Quindi ho potuto anche stupirmi d’essere sopravvissuta alla novità: niente extrasistole, nessun affanno… psicofisicamente potevo reggere la cosa.

Ora vi domanderete se mi sono sentita leggera come la prima ballerina della scala o informe come un blob… in effetti… nessuna delle due. Certamente non avendo dati numerici a disposizione, ho dovuto orientarmi a sensazione e non è andata poi male: mi sono ricordata che nei giorni precedenti non avevo esagerato a tavola e non avevo mancato nessun appuntamento con lo sport; stomaco e pancia non mi dolevano e non erano gonfi. Ho pensato alle mie amiche, alle signore e signorine che avevo frequentato recentemente e a qualche copertina di giornale: potevo ben dire d’esser nella media delle giovani donne proporzionate. Sapevo anche che il mio ideale estetico si allontanava da me all’altezza del girovita e tornava a somigliarmi sotto le ginocchia, ma ho sospettato che fosse una sensazione universale femminile.

Dunque non è un caso che l’ago della bilancia sia la metafora per indicare dove casca il peso di un argomento, ma può comunque essere utile una riflessione oggettiva sul proprio peso, quando la bilancia non è a disposizione.

Con questa inezia di aneddoto voglio raccontare che quanto il sistema metrico è esatto, tanto l’autocoscienza può esserne la prova del nove. Matematica e consapevolezza svelano che la verità non è sempre una sola, e questo, nella sofferenza, può contare molto.

Non voglio omettere che, poco dopo, guardandomi allo specchio, non mi sono comunque innamorata dei miei contorni: per questo, prossimamente, scriverò della relatività dell’immagine riflessa.

Il medico che mi ha fatto la domanda iniziale l’ho incontrato qui.