Ho cominciato a correre quando non potevo più nuotare, perché ero troppo magra per stare a mollo un’ora e mezza dando bracciate e pedalando senza rifiatare.

E non perché non avessi le energie – quando sei ossessiva compulsiva le trovi – ma perché sopraggiungeva l’ipotermia: uscivo dall’acqua livida e tremante ed ero il fenomeno dello spogliatoio. Mi vergognavo e aspettavo con orrore che la direzione dell’impianto mi convocasse per interdirmi l’ingresso. In quel caso sarei stata disperata, perché non potevo sopportare nemmeno un giorno di riposo. Naturalmente sapevo che il super allenamento peggiora le prestazioni, che non c’era beneficio da un attività tanto ripetitiva… naturalmente avevo letto ogni cosa, ma, in assenza di grassi buoni e carboidrati, il mio cervello non elaborava. Dunque, un mattino d’inizio inverno, ho indossato un paio di braghette e stretto i lacci delle scarpe ammortizzate e mi sono avventurata in strada. Ho svoltato l’angolo, infilato il viale che si dirige verso il parco, ho guadagnato la curva che svolta per la via tra le cascine e i campi e ho percorso, per la prima volta, l’anello intorno al laghetto. Nei giorni successivi al mio battesimo podista ho insistito per allenare il fiato e le gambe, perché, si sa, nuotare e correre sono attività che impegnano muscoli ed abilità diverse, ed essere un campioncino in una disciplina delle due non avvantaggia granché nell’altra. Un apparato muscolare allenato, però, è ben predisposto alle fatiche sportive più diverse e l’ostinazione anoressica incoraggia a superare qualunque limite fisico. Dunque, ho insistito sull’asfalto, poi su la ghiaia, sull’erba, sfilando accanto al roccolo dei tigli, sotto le fronde di platani e gelsi, finché un giro sono diventati due, tre, quattro. Cento minuti. Cento minuti al giorno sono diventati della corsa. Ogni giorno. Anche sotto la pioggia battente, sprofondando nella neve, caracollando tra la mota, con la febbre alta, la diarrea, nell’afa insopportabile dell’estate, prima dell’alba, la vigilia di Natale, il primo dell’anno. Ovunque mi trovassi: a New York o in Guadalupa.

Un amico osteopata è stato gentile come pochi altri e ami ha raddrizzat ogni settimana. Senza commentare mai il mio stato pietoso: la buzza gonfia da bambina del terzo mondo, le ginocchia e i gomiti incastrati tra braccia ed avambracci sfibrati e magrissimi e le ginocchia come due bitorzoli allo snodo tra cosce e polpacci prosciugati, le fibre muscolari gonfie e consunte insieme, le piante dei piedi al collasso. Per non parlare delle due chiappette appiattite al fondo della schiena e delle tettine svuotate di ogni floridezza. Quell’amico lì mi ha tenuto assieme le ossa, senza snervarsi, mentre mi scompaginavo sistematicamente appena aveva finito di sistemarmi, e merita una citazione piena di riconoscenza in questo racconto-maratona.

Sto leggendo in questi giorni, molti dopo l’ultima volta che ho corso in tondo per un’ora e cinquanta minuti, non abbastanza perché se ne sia sbiadito il ricordo, un libricino che si chiama L’arte di correre, autore Murakami Haruki. Il giapponese, scrittore e runner indefesso, ha ordinato e descritto, con una prosa semplice semplice, pensieri intorno alla corsa quotidiana ed alle altre sue abitudini, firmando un autoritratto in cui noi tutti, che, con costanza, sudiamo con le cuffiette incastrate nelle orecchie, ci riconosciamo. Per quella che è la mia sensazione di lettrice e marciatrice, a tratti, tra le parole misurate con accortezza per rendere uno stile di vita sano e scandito dagli appuntamenti con l’allenamento e la scrittura, s’intuisce un’esitazione. Rapidamente s’intromette e si dilegua un’interferenza in quella che sembra, e probabilmente è, un’esistenza serena e soddisfatta: sarà la corsa solo una necessità disintossicante e liberatoria? Sarà un momento per restare con i propri pensieri? Un’atto di legittimo egoismo messo in pratica da chi ha a cuore la qualità della propria vita? S’insinua, tra i sibilanti vocaboli wellness e fitness, una biforcuta inquietudine: siamo noi, corridori indefessi, tanto più sani dei pantofolai? È il nostro corpo tanto meno stressato di quello dei sedentari?

Ancora adesso continuo a puntare la sveglia e a sfidare le intemperie pur di collezionare un giro d’orologio e del parco e, anche se sono meglio e più nutrita di quel tempo, e molto meno malata, solo in rari ed eccezionali frangenti rinuncio. E quando rinuncio sono infelice. Come quando un tabagista educato domanda: “dà fastidio se mi accendo una sigaretta?” e il vicino risponde che, in effetti, sì: dà fastidio. La cicca ritorna nel pacchetto con nonchalance, ma la sofferenza è grande.

Insomma, io non so se corro perché mi fa star bene o perché, altrimenti, sto male. Posso solo assicurare a chi ha voglia di provare che correre rallegra, aiuta a pensare, rassoda, brucia il grasso, rinforza il cuore e l’autostima, rabbonisce gli istinti isterici e violenti, placa e, infine, ci restituisce alla snervante routine meno stressati; ma devo anche mettere in guardia i tenaci d’animo: diventerà un’altra delle vostre manie, vi sarà necessario come l’aria, vi piacerà tanto da diventare una rinuncia insopportabile. Se poi vi ritroverete a contare e ricontare le calorie che perdete guadagnando metri, allora preparatevi anche al peggio: quell’anello in mezzo al verde starà diventando un altro genere di circolo, come si chiama in filosofia spicciola: un circolo vizioso.

Copio incollo dal Sinonimi e contrari Treccani.it:

vizio /’vitsjo/ s. m. [dal lat. vitium]. – 1. [incapacità del bene, e abitudine e pratica del male: percorrere la strada del v.] ? abiezione, colpa, depravazione, errore, peccato, perdizione. ? (lett.) probità, rettitudine, virtù. ? perfezione, santità. 2. (estens.) [abitudine non buona: ha il v. di parlare troppo] ? (non com.) mal uso, malvezzo, vezzo. ? uso. ? difetto, torto. ? dono, pregio, qualità, virtù. ? merito. 3. (estens.) a. [con riferimento a cose e oggetti materiali, l’essere difettoso, anche con la prep. di: manufatto con qualche v. (di lavorazione)] ? difetto, imperfezione, magagna, menda, neo, pecca. b. [con riferimento a grammatica, ortografia, ecc., l’essere scorretto, con la prep. di: v. di scrittura] ? errore, sbaglio, scorrettezza. c. (giur.) [con riferimento a un atto amministrativo, a una disposizione, ecc., l’essere irregolare: vizi della sentenza] ? irregolarità. ? regolarità. 4. (estens., med.) [con riferimento a orifizio, canale anatomico, ecc., l’essere morfologicamente alterato: v. valvolare] ? alterazione, malformazione, viziatura. Espressioni: vizio di mente ? infermità mentale. [? ECCESSO]

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Il sito italiano dedicato ad Murakami Haruki

Un blog sempre aggiornato sull’argomento “corsa” é quello che Giorgio Rondelli, allenatore e pubblicista, cura per corriere.it.

Un buon indirizzo web (spesso mio personale riferimento on-line) per saperne di più su pro e contro della corsa e gli altri allenamenti è www.albanesi.it

L’amico osteopata citato nel racconto è Matteo Donzelli e, nella gallery, è fotografato il suo biglietto da visita.

Tutto sul Parco Lambro, mio parco prediletto di adesso sul sito del Comune di Milano. Cfr. anche la foto.

Qualcosa anche sul Parco Increa di Brugherio, dove ho mosso le mie prime falcate, sul sito del Comune di Brugherio.

POADCAST RADIOFONICI – per un’alternativa alla musica

Suggerisco, per chi non ha una playlist di brani da ascoltare correndo, un elenco (incompleto) di trasmissioni non musicali, scaricabili in podcast che, a mio parere, alleggeriscono la monotonia della corsa in cerchio: tutti i “Wikiradio”, le “Musiche della Vita” e i pomeriggi di “Farehneit” (soprattutto le letture a puntate di “Ad Alta Voce”) di Radio 3, tutte le puntate di “Voi Siete Qui” e “Destini Incrociati” di Radio 24, “Ecconoiperesempio” e “Alaska” di Radio Popolare.

Radio 3

Radio 24

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  • Donzelli biglietto da visita
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